C’è stato un tempo in cui mangiare era un’attività relativamente semplice. Si aveva fame, si apriva il frigorifero, si guardava cosa cavolo c’era dentro e si decideva. Se c’erano due uova, un pezzo di formaggio e una zucchina dimenticata in fondo al cassetto delle verdure, il destino era segnato: frittata (questo lo faccio ancora personalmente). Nessuna riunione preliminare, nessuna analisi dei macronutrienti, nessuna ricerca su Google per capire se zucchina e uova fossero una combinazione compatibile con il nostro segno zodiacale. Si cucinava, si mangiava e, nella maggior parte dei casi, si sopravviveva.
Oggi, invece, anche preparare un piatto di pasta rischia di trasformarsi in un progetto di ricerca internazionale. Prima bisogna stabilire se i carboidrati siano ancora ammessi nella società civile (mi pare non sempre…), poi verificare se il glutine rappresenti una minaccia concreta o soltanto una pessima compagnia, infine consultare almeno tre fonti attendibili per capire se il pomodoro, consumato dopo le diciannove, possa compromettere il nostro equilibrio psicofisico. E quando finalmente siamo pronti a mettere l’acqua sul fuoco, ci viene un dubbio: e se esistesse un’alternativa migliore?
Naturalmente esiste sempre un’alternativa migliore. È questa la tragedia della modernità. Non importa cosa abbiamo nel piatto, ci sarà sempre qualcuno, da qualche parte, che ci spiegherà come avremmo potuto mangiare meglio, spendere meno, assumere più proteine, ridurre l’infiammazione, migliorare il microbiota intestinale e, possibilmente, raggiungere una forma superiore di illuminazione spirituale attraverso il consumo consapevole di semi di chia.
E così, nel momento in cui sentiamo un semplice brontolio allo stomaco, non ci limitiamo più a cercare qualcosa da mangiare. Prendiamo lo smartphone.
“Cosa posso mangiare stasera con quello che ho in frigorifero?”
La domanda, un tempo rivolta alla nostra memoria, alla nostra fantasia o alla persona che viveva con noi, oggi viene affidata a un’intelligenza artificiale (magari ad Alexa). Descriviamo il contenuto del frigorifero con la precisione di un inventario aziendale: tre uova, mezzo peperone, una confezione di ricotta aperta ieri, due pomodori, un limone e una quantità imprecisata di speranza. L’algoritmo risponde proponendo una ricetta interessante, equilibrata, colorata, probabilmente fotografabile. Ci suggerisce di aggiungere coriandolo fresco, yogurt greco e una salsa che richiede dodici ingredienti, tre dei quali non abbiamo mai sentito nominare.
A quel punto abbiamo due possibilità: uscire a comprare tutto oppure mangiare un panino.
Indovinate quale delle due richiede meno aggiornamenti software?
Il problema non è che la tecnologia ci aiuti a cucinare. Anzi, ben venga. Se un algoritmo riesce a evitare che una zucchina finisca nella spazzatura, suggerisce un modo intelligente per utilizzare gli avanzi o ci permette di preparare una cena decente dopo una giornata infernale, merita almeno un applauso e forse anche una porzione di lasagne. Il problema comincia quando non riusciamo più a decidere cosa mangiare senza chiedere il permesso a uno schermo (…io decido lo stesso con i miei 97kg).
Abbiamo delegato alla tecnologia così tante attività che, a momenti, per scegliere tra una mela e una pera ci servirà una consulenza strategica. Non basta più avere fame: bisogna definire un obiettivo nutrizionale, stabilire un budget, indicare il tempo disponibile, specificare eventuali restrizioni alimentari e selezionare il livello di difficoltà della preparazione. Alla fine non stiamo organizzando una cena, stiamo preparando un bando europeo.
La cosa buffa è che spesso tutta questa pianificazione nasce per risparmiare tempo. Dedichiamo venti minuti a cercare la ricetta perfetta per evitare di perderne quindici cucinando qualcosa di semplice. Scorriamo video di persone che preparano colazioni spettacolari alle cinque del mattino, con la cucina immacolata, la luce naturale perfetta e una calma interiore che suggerisce un passato privo di bollette. Poi guardiamo l’orologio, ci rendiamo conto che sono le venti e quarantacinque e finiamo per mangiare biscotti in piedi davanti alla dispensa.
Ma almeno abbiamo imparato che la colazione ideale contiene fibre (non di vetro), proteine e grassi buoni. Peccato che il nostro organismo, nel frattempo, avesse chiesto soltanto qualcosa da mettere sotto i denti.
Naturalmente, nell’era della personalizzazione estrema, non poteva mancare la trasformazione del pasto in una dichiarazione d’identità. Non mangiamo più semplicemente. Siamo quello che mangiamo, quello che non mangiamo e soprattutto quello che abbiamo deciso di non mangiare dopo aver visto un documentario di quaranta minuti.
Il vegetariano deve affrontare una quantità impressionante di domande, alcune legittime, altre formulate con la stessa delicatezza di un interrogatorio doganale. “Ma le proteine dove le prendi?”, “E il ferro?”, “Ma quindi neanche il pesce?”, “E se fossi su un’isola deserta?”. Quest’ultima domanda meriterebbe una risposta universale: se fossi su un’isola deserta, probabilmente il mio problema principale non sarebbe il menù della settimana, ma la disponibilità di acqua potabile e un modo per tornare a casa.
Il vegetariano (lo so perché ho provato) che entra in un ristorante non sta necessariamente cercando di convertire il tavolo vicino. Potrebbe semplicemente desiderare una pasta alla norma, un risotto ai funghi o una parmigiana di melanzane. Eppure, in certe conversazioni, sembra che abbia annunciato l’intenzione di abolire la domenica italiana. Qualcuno si sente immediatamente chiamato a difendere la tradizione, come se ordinare una verdura in più costituisse un attacco personale alla nonna.
Il vegano invece entra spesso in una dimensione narrativa tutta sua, perché la società sembra incapace di concepire che una persona possa mangiare senza prodotti animali e contemporaneamente avere altri interessi nella vita. Se è vegano, ci si aspetta che conosca la composizione chimica di ogni alimento, la storia dell’agricoltura sostenibile e il nome del contadino che ha coltivato i ceci. Se ordina un hamburger vegetale, qualcuno gli chiederà perché vuole mangiare qualcosa che assomiglia alla carne. Se ordina un’insalata, qualcuno gli farà notare che anche i conigli mangiano insalata.
Insomma, qualunque cosa scelga, ha sbagliato qualcosa.
Eppure, anche qui, la tecnologia può essere utilissima. Un algoritmo può suggerire ricette vegane ricche di proteine, idee vegetariane economiche, alternative agli ingredienti di origine animale e combinazioni interessanti per variare la dieta. Può aiutare chi ha appena cambiato abitudini alimentari a superare la fase in cui ogni cena sembra consistere in lattuga e buone intenzioni. Può persino convincere una persona convinta che il tofu sia un materiale da costruzione a scoprire che, preparato bene, può essere decisamente gradevole.
Naturalmente, a patto di non chiedergli di trasformare ogni pasto in una competizione per il titolo mondiale di alimentazione perfetta.
Perché il vero capolavoro della nostra epoca è riuscire a rendere stressante anche il tentativo di stare meglio. Mangiare sano dovrebbe essere un’abitudine ragionevole, non un secondo lavoro. Invece, tra classifiche di alimenti, tabelle nutrizionali, consigli contrastanti e video di esperti improvvisati, abbiamo trasformato il piatto in una specie di esame universitario. Ogni ingrediente deve giustificare la propria presenza. Ogni condimento viene sottoposto a un processo. Ogni dessert richiede un dibattito etico.
Una volta il dolce arrivava alla fine del pranzo. Oggi, prima di addentare una fetta di torta, c’è chi sente il bisogno di sapere quanti minuti di camminata serviranno per compensarla. Come se una fetta di crostata fosse un debito contratto con la banca centrale del metabolismo. Come se il piacere dovesse essere sempre accompagnato da una fattura da saldare.
La torta al cioccolato non ha bisogno di una giustificazione filosofica. Se la mangiamo perché ci piace, la ragione è già sufficiente. Non è necessario trasformare ogni biscotto in un referendum sulla nostra disciplina personale.
Naturalmente, se abbiamo esigenze mediche, allergie, intolleranze o obiettivi nutrizionali specifici, informarsi è importante. E se un professionista ci aiuta a gestire una condizione particolare, ascoltarlo è decisamente più sensato che affidarsi al primo video apparso sui social. Ma proprio questa distinzione dovrebbe essere semplice: una cosa è usare le informazioni per prenderci cura di noi, un’altra è passare la giornata a cercare la conferma che stiamo mangiando nel modo giusto.
Anche perché internet riesce a farci sentire in colpa per qualsiasi cosa. Mangiamo la pasta? Troppi carboidrati. Troppo pochi. Non vanno bene. Non quelli raffinati. La sostituiamo con il riso? Avremmo dovuto scegliere quello integrale. Prepariamo un’insalata? Non abbiamo assunto abbastanza proteine. O forse troppe. Aggiungiamo i legumi? Forse ne abbiamo mangiati troppi. Compriamo prodotti confezionati? No fanno schifo e ti fanno ammalare. Questi però costano un botto saranno sani. Meglio quelli? Meglio l’orticello a bordo strada? No ha il particolato del ferodo dei freni. Dovremmo cucinare tutto da zero. Cuciniamo tutto da zero? Dovremmo ottimizzare meglio il nostro tempo.
A questo punto, l’unica strategia davvero sostenibile sembra quella di chiudere internet e preparare un piatto di pasta senza convocare una commissione d’inchiesta.
C’è poi la questione della spesa, diventata un’esperienza psicologica complessa. Entriamo al supermercato con l’intenzione di comprare latte, pane e pomodori. Usciamo con una bevanda proteica al gusto di tiramisù, una confezione di semi che sembrano arrivati da una missione spaziale, uno snack con sette certificazioni e nessuno dei tre prodotti che ci servivano davvero. Nel frattempo, abbiamo letto sul retro di una confezione che contiene ingredienti naturali, il che è rassicurante, considerando che anche l’arsenico è naturale.
Le etichette sono diventate romanzi in miniatura. Alcune confezioni sembrano curriculum vitae di alimenti che aspirano a una posizione dirigenziale nel nostro organismo. Ricche di fibre, fonte di proteine, senza zuccheri aggiunti, con ingredienti selezionati. Manca soltanto la voce “ottime capacità relazionali e disponibilità a lavorare sotto pressione”.
E poi ci sono le app che promettono di analizzare ogni prodotto, attribuirgli un punteggio e dirci se merita di entrare nel carrello. In teoria, uno strumento utile. In pratica, rischiamo di passare più tempo a scansionare codici a barre che a cucinare. Immaginiamo la scena: una persona davanti allo scaffale dei biscotti, telefono in mano, espressione concentrata, mentre confronta due confezioni come se dovesse scegliere il prossimo amministratore delegato della propria salute.
Dietro di lei, qualcuno vorrebbe soltanto prendere i biscotti e tornare a casa.
Ma il fenomeno diventa ancora più interessante quando entra in gioco la moda della preparazione anticipata dei pasti, il famoso meal prep (cosa è?). La domenica mattina, persone perfettamente organizzate riempiono contenitori identici con riso, pollo, verdure e altri alimenti disposti con precisione geometrica. Il frigorifero diventa un archivio alimentare, ogni contenitore è numerato e il pranzo del giovedì sembra già stato approvato da un consiglio di amministrazione (io in estate mi preparavo il gintonic per la spiaggia in boccia di plastica, ma la plastica fa male).
Non c’è niente di male nell’organizzarsi. Anzi, per chi lavora molto, studia o vuole contenere le spese, preparare i pasti in anticipo può essere una soluzione eccellente. Ma a volte viene raccontato come se fosse una prova di superiorità morale. Se domenica non hai cucinato otto porzioni di quinoa, hai già perso la settimana. Se mercoledì compri un panino, il tuo piano alimentare è fallito. Se venerdì ordini una pizza, devi convocare una riunione straordinaria con te stesso.
E il bello è che spesso queste persone sono esauste non perché abbiano mangiato male, ma perché hanno trasformato il mangiare bene in un sistema di controllo permanente.
La tecnologia, in tutto questo, ci offre una quantità straordinaria di strumenti. Possiamo trovare ricette con pochi ingredienti, calcolare le quantità per una famiglia numerosa, evitare gli sprechi, scoprire piatti di altre culture e imparare a cucinare alimenti che non abbiamo mai provato. Possiamo preparare una cena vegetariana per gli amici, organizzare un menù vegano equilibrato o trovare una soluzione economica con quello che è rimasto in dispensa. Tutto questo è un progresso concreto, non una minaccia alla nostra autonomia.
Il paradosso è che abbiamo a disposizione più conoscenze culinarie di qualsiasi generazione precedente, eppure rischiamo di sentirci meno capaci di scegliere. Abbiamo migliaia di ricette a portata di mano, ma davanti a una zucchina ci comportiamo come se ci avessero consegnato un reperto archeologico privo di istruzioni.
Forse perché non cerchiamo più soltanto un’idea per cena. Cerchiamo la garanzia di non sbagliare.
Vogliamo sapere che il piatto sarà gustoso, economico, sano, sostenibile, adatto alle nostre esigenze, approvato dalla comunità scientifica e possibilmente apprezzato da tutti i nostri ospiti. Se possibile, dovrebbe anche essere pronto in dodici minuti, sporcare una sola padella e produrre una fotografia degna di un libro di cucina.
Una semplice cena è diventata un progetto con aspettative irrealistiche. E algoritmiche.
E quando qualcosa va storto, la delusione è sproporzionata. La ricetta suggerita dall’algoritmo prometteva un risultato straordinario, ma il nostro risotto è venuto colloso. La salsa non ha la consistenza della fotografia. Il tofu non è diventato croccante come nel video. Ci sentiamo quasi traditi, come se la tecnologia ci avesse venduto un sogno e consegnato un piatto di verdure leggermente tristi.
Ma forse il problema è proprio questo: ci aspettiamo che uno strumento intelligente elimini ogni imprevisto da un’attività che, per sua natura, è fatta di tentativi, errori e piccoli aggiustamenti. In cucina non basta conoscere una ricetta. Bisogna imparare a riconoscere quando la pasta è pronta, capire se una padella è troppo calda, assaggiare una salsa e correggerla. Sono competenze che si sviluppano facendo, non soltanto leggendo istruzioni.
E poi, diciamolo, non tutto deve essere ottimizzato. A volte si può preparare una cena mediocre, mangiarla comunque e andare avanti con la propria vita. Non ogni pasto deve essere un successo da raccontare agli amici. Non ogni piatto deve meritare una recensione a cinque stelle. Se le patate sono venute un po’ troppo cotte, non significa che abbiamo fallito come esseri umani.
Significa che abbiamo cotto troppo le patate.
Una distinzione che la società contemporanea sembra avere dimenticato.
Forse dovremmo recuperare il diritto di aprire il frigorifero senza sentire il bisogno di consultare un esperto. Di preparare una zuppa perché fuori fa freddo, una pasta al pomodoro perché ci va, una cena vegana perché ci piace, oppure una frittata con quello che è rimasto perché domani bisogna fare la spesa. Senza trasformare ogni scelta in un manifesto politico, un esperimento scientifico o una sfida personale.
Possiamo informarci, sperimentare, utilizzare la tecnologia e migliorare le nostre abitudini senza diventare dipendenti da ogni consiglio ricevuto. Possiamo mangiare in modo consapevole senza controllare ossessivamente ogni ingrediente. Possiamo rispettare chi segue un’alimentazione diversa dalla nostra senza trasformare la cena in un dibattito televisivo. E possiamo persino mangiare una pizza senza dover spiegare a nessuno il nostro piano di recupero nutrizionale per il giorno successivo.
In fondo il cibo dovrebbe anche essere una fonte di piacere, convivialità e semplicità. Dovrebbe permetterci di sederci a tavola con altre persone, raccontare la giornata, ridere di qualcosa e goderci quello che abbiamo davanti. Non dovrebbe costringerci a controllare continuamente lo smartphone per verificare se il boccone che stiamo per ingerire sia coerente con la versione ideale di noi stessi.
La prossima volta che avremo fame, potremmo provare un esperimento radicale. Aprire il frigorifero, osservare quello che contiene e decidere. Se non sappiamo cosa preparare, possiamo certamente chiedere aiuto a un algoritmo. Ma possiamo anche improvvisare, recuperare una vecchia ricetta di famiglia o domandare a chi è seduto accanto a noi cosa gli andrebbe di mangiare.
E se la risposta fosse “non lo so”, potremmo perfino permetterci di ridere.
Perché forse la vera conquista tecnologica non sarà riuscire a far decidere alle macchine ogni dettaglio della nostra vita, ma imparare a usarle senza dimenticare come si fanno le cose più semplici.
Anche cucinare.
Anche scegliere.
Anche sbagliare una ricetta.
E, soprattutto, anche mangiare senza sentirsi obbligati a dimostrare qualcosa.
Del resto se un giorno l’intelligenza artificiale dovesse davvero diventare più intelligente di noi speriamo almeno che abbia il buon senso di non chiederci di compilare un questionario prima di prepararci un piatto di spaghetti. Ma devono essere al dente. Mi raccomando.
Perché a quel punto non sarebbe più una rivoluzione tecnologica.
Sarebbe soltanto un altro modo, molto sofisticato, per farci venire fame e perdere tempo.
Alexa metti il timer 11 minuti per gli spaghetti. Anzi no, metti 9, li voglio super al dente.
