Il ciclista e la ricerca del senso della vita (possibilmente in salita)

Esiste una categoria di esseri umani che ha trasformato un mezzo di trasporto in una religione, un’attività sportiva in una questione morale e una semplice uscita domenicale in una spedizione esplorativa ai confini della sopravvivenza. Sono i ciclisti. Non tutti, naturalmente. Ci sono quelli che prendono la bicicletta, pedalano, si godono il paesaggio e magari si fermano a bere un caffè. Ma poi ci sono gli altri. Quelli per i quali ogni uscita rappresenta un capitolo della propria evoluzione spirituale, una prova di resistenza fisica e soprattutto un’occasione per dimostrare al mondo che hanno capito qualcosa della vita che noi poveri esseri umani motorizzati (io sono molto motorizzato ma cammino anche molto) continuiamo ostinatamente a ignorare.
Il ciclista evoluto non pedala: compie un percorso di consapevolezza. Non va al mare, raggiunge il mare. Non affronta una salita, dialoga con la montagna. Non suda (io moltissimo) espelle tossine e pensieri negativi. Se poi durante il tragitto incontra un bar non si ferma per bere qualcosa: pratica una pausa rigenerativa finalizzata al recupero delle energie e alla socializzazione con altri individui appartenenti alla medesima comunità filosofica. Naturalmente, il cappuccino deve essere bevuto senza zucchero, perché lo zucchero è una debolezza dell’anima prima ancora che del metabolismo.
Il fenomeno meriterebbe uno studio antropologico. Da quando la bicicletta è diventata tecnologicamente sofisticata, il ciclista medio ha iniziato a sviluppare una relazione piuttosto complessa con il proprio mezzo. Una volta bastavano due ruote, una catena e una sella. Oggi servono una laurea in ingegneria aerospaziale, una conoscenza approfondita dei materiali compositi e una disponibilità economica che potrebbe tranquillamente finanziare una piccola impresa agricola. Il telaio deve essere in carbonio, il gruppo elettronico, le ruote ad alto profilo, la sella ergonomica e il manubrio rigorosamente studiato per ridurre la resistenza aerodinamica. Perché, a quanto pare, il vento è diventato il principale nemico dell’umanità.
È curioso osservare come il progresso tecnologico abbia prodotto un effetto collaterale piuttosto singolare: più le biciclette diventano leggere più aumenta il peso psicologico delle persone che le guidano. Il ciclista che possiede una bicicletta da diecimila euro non può semplicemente uscire a fare un giro. Deve giustificare l’investimento. Ogni chilometro deve essere produttivo ogni salita deve avere un significato ogni pedalata deve contribuire a un progetto superiore. Se torna a casa dopo venti chilometri probabilmente ha sbagliato qualcosa nella pianificazione della propria esistenza.
Poi c’è il linguaggio. Una delle caratteristiche più affascinanti della comunità ciclistica è la sua capacità di sviluppare un vocabolario che, ascoltato da un profano, potrebbe sembrare una combinazione tra una lezione di fisica e una riunione della NASA. FTP, watt, cadenza, soglia, VO2 max, rapporto peso-potenza. Non sono più sufficienti le vecchie unità di misura. Non basta dire che uno va forte. Bisogna sapere quanti watt esprime, per quanto tempo, a quale frequenza cardiaca e possibilmente con quale percentuale di glicogeno residuo.
La cosa straordinaria è che questa precisione scientifica convive spesso con una certa approssimazione nella vita quotidiana. Si può incontrare un uomo che conosce perfettamente la propria soglia anaerobica, ma non sa dove abbia parcheggiato l’automobile.
Un individuo capace di distinguere tre diversi tipi di carbonio, ma incapace di scegliere un ristorante senza consultare il gruppo WhatsApp della squadra. Un professionista del dato che passa venti minuti ad analizzare una variazione di potenza di cinque watt salvo poi dichiarare che il tempo atmosferico ha falsato completamente la prestazione.
E qui arriviamo a uno degli strumenti più importanti della civiltà ciclistica contemporanea: Strava. Un tempo si usciva in bicicletta e, una volta tornati, si raccontava agli amici dove si era stati. Oggi si esce per poterlo dimostrare. La differenza non è marginale. Il ciclista moderno non cerca soltanto il piacere della pedalata, ma anche la certificazione digitale del proprio piacere. Se un albero cade in un bosco e nessuno registra il percorso GPS, è davvero successo?
Strava ha introdotto nella vita dei ciclisti una nuova dimensione esistenziale: quella della competizione permanente. Ogni strada può diventare un segmento, ogni cavalcavia una sfida, ogni rotonda un’occasione per entrare nella storia locale. Non importa se si sta andando a comprare il pane. Se esiste un tratto di strada sul quale qualcuno ha registrato un tempo, il ciclista sente che il proprio destino lo chiama.
Il risultato è che anche una tranquilla uscita domenicale può trasformarsi in una guerra silenziosa tra sconosciuti. Due persone che non si sono mai viste, che probabilmente non si incontreranno mai e che non hanno alcun motivo per odiarsi, finiscono per contendersi il primato su un tratto di asfalto lungo 1,7 chilometri.
Uno dei due stabilisce un record. L’altro lo perde.
Da quel momento la questione assume una rilevanza geopolitica. Il perdente comincia a studiare il vento, la temperatura, la pressione atmosferica, il traffico e persino la posizione dei pianeti. Il record non è stato battuto perché l’avversario era più forte. È stato battuto perché quel giorno le condizioni erano particolarmente favorevoli.
Questa è forse la più grande conquista filosofica del ciclismo contemporaneo: la capacità di trasformare qualsiasi risultato in una spiegazione che preservi l’autostima.
Ma sarebbe ingeneroso fermarsi alla tecnologia. Il vero capolavoro della cultura ciclistica è rappresentato dall’abbigliamento tecnico. La tenuta del ciclista è un universo estetico a sé stante sospeso tra la ricerca della prestazione e una forma di esibizionismo involontario. La maglia deve essere aderente i pantaloncini devono comprimere le calze devono avere un’altezza precisa e gli occhiali devono comunicare una certa idea di determinazione. Il tutto completato da un casco che, in alcuni casi, sembra progettato per un pilota di Formula Uno.
Il ciclista vestito da ciclista è immediatamente riconoscibile. Ma è soprattutto il ciclista vestito da ciclista quando non è in bicicletta a rappresentare una delle manifestazioni più interessanti del fenomeno. Esiste infatti una categoria di appassionati che terminata l’uscita non avverte alcuna necessità di cambiarsi.
Entra al bar con la divisa ancora addosso, si siede con una certa difficoltà e ordina un caffè. La sua postura è quella di chi ha appena attraversato le Alpi, anche se ha percorso quarantadue chilometri in pianura. Le gambe sono ancora fasciate gli occhiali restano sulla testa e il casco viene appoggiato sul tavolo con la stessa attenzione che si riserverebbe a un oggetto sacro.
È un modo di dichiarare la propria appartenenza. Come se la bicicletta non fosse più un’attività, ma un’identità. E qui la questione diventa interessante perché il bisogno di appartenere a qualcosa è profondamente umano. L’uomo ha sempre cercato comunità e simboli e rituali e linguaggi condivisi. Un tempo erano le tribù, le confraternite le associazioni religiose. Oggi possono essere i gruppi ciclistici, con le loro gerarchie, i loro riti e le loro rivalità. La differenza è che, mentre una confraternita medievale poteva riconoscere un maestro spirituale una squadra amatoriale riconosce quello che tira più forte in salita.
Naturalmente il momento più delicato della giornata è la partenza. Organizzare un’uscita ciclistica richiede una complessità organizzativa paragonabile a quella di un vertice internazionale. L’orario viene discusso, modificato confermato e nuovamente modificato. C’è chi propone le sette chi le sette e un quarto chi alle sette e mezza perché deve accompagnare i figli chi alle otto (le sette e sessanta) perché la domenica è pur sempre domenica. Poi bisogna decidere il percorso la distanza il dislivello e soprattutto il ritmo e anche… boh.
La parola ritmo è particolarmente insidiosa. Tutti dichiarano di voler fare un’uscita tranquilla. Nessuno vuole esagerare. Si promette una pedalata rilassante senza forzare, senza competizione. Ma dopo i primi tre chilometri qualcuno accelera. Un altro risponde. Il terzo che aveva dichiarato di avere le gambe pesanti, improvvisamente si trasforma in un atleta professionista. Nel giro di dieci minuti il gruppo si è disintegrato e la promessa di una giornata rilassante è diventata un lontano ricordo.
Al bar naturalmente nessuno ammetterà di aver tirato troppo. Si parlerà di sensazioni di gambe non ancora rodate, di alimentazione e di qualche problema meccanico. Il più sincero forse sarà quello che dirà di essere andato piano. Ma avrà comunque controllato il tempo nel ciclocomputer per verificare se qualcuno sia riuscito a fare meglio di lui.
Il ciclista appassionato sembra aver sviluppato una relazione particolare con la sofferenza. Più una salita è difficile più diventa interessante. Più le gambe bruciano, più l’esperienza acquista valore. Il piacere sembra essere proporzionale alla quantità di disagio sopportato.
È una concezione antica che richiama certe filosofie ascetiche e il pensiero stoico. Per gli stoici, il controllo di sé e la capacità di affrontare le difficoltà erano strumenti per raggiungere una libertà interiore. Il ciclista più radicale sembra averne ricavato una versione tutta sua: se riesco a salire il Mortirolo senza fermarmi probabilmente ho raggiunto una forma superiore di saggezza (io faccio fatica in auto!). Peccato che, una volta sceso possa perdere completamente la serenità perché un automobilista gli ha suonato il clacson.
Forse il punto è proprio questo. La bicicletta offre una straordinaria illusione di controllo in un mondo che, per il resto, ci sfugge continuamente di mano. Possiamo misurare la velocità, il battito cardiaco, la potenza, il dislivello e perfino la qualità del recupero notturno. Possiamo programmare gli allenamenti prevedere le prestazioni e confrontare i risultati. Ma non possiamo controllare tutto.
Non possiamo decidere quando arriverà il vento contrario, quando inizierà a piovere o quando incontreremo qualcuno che, senza conoscere la nostra preparazione atletica, ci supererà con una vecchia bicicletta da trekking e un paio di scarpe da ginnastica.
Quest’ultimo evento per il ciclista troppo serio è quasi un trauma filosofico di notevole entità. Come può un individuo privo di abbigliamento tecnico senza casco aerodinamico e probabilmente senza cardiofrequenzimetro procedere a una velocità superiore alla nostra? La risposta è semplice e terribile: forse è più allenato, forse è più leggero, forse ha semplicemente una giornata migliore. Oppure, ipotesi ancora più inquietante, si sta divertendo. Ed è proprio qui che si nasconde il grande paradosso. Abbiamo inventato strumenti sempre più sofisticati per misurare il piacere di andare in bicicletta  ma rischiamo di dimenticare di provarlo. Abbiamo trasformato una delle attività più semplici e liberatorie dell’esperienza umana in una complessa operazione di autovalutazione. Pedaliamo per sentirci liberi ma poi ci preoccupiamo di non aver rispettato la tabella di allenamento. Usciamo per stare all’aria aperta, ma passiamo metà del tempo a guardare uno schermo. Cerchiamo la leggerezza ma abbiamo bisogno di una bicicletta da sei chili per sentirci più leggeri.
Sia chiaro: tutto questo non significa che sia sbagliato allenarsi comprare una bella bicicletta studiare la propria preparazione o cercare di migliorare. La passione merita rispetto anche quando diventa maniacale. Anzi probabilmente è proprio questa capacità di appassionarsi fino all’eccesso a rendere gli esseri umani interessanti. C’è qualcosa di commovente in una persona che passa le serate a studiare la pressione delle gomme o che si alza alle cinque del mattino per affrontare una salita. Il problema nasce soltanto quando la passione diventa un tribunale e ogni uscita deve dimostrare qualcosa.
Non dobbiamo necessariamente battere il nostro record personale superare l’amico più forte o conquistare la vetta con una frequenza cardiaca da manuale. A volte possiamo semplicemente pedalare. Possiamo fermarci davanti a un panorama senza pensare alla media oraria, attraversare un paese senza cercare il segmento Strava e concederci una brioche senza doverla compensare con quaranta chilometri supplementari.
La vera maturità ciclistica forse non consiste nel riuscire a fare cento chilometri in meno di tre ore. Consiste nel riuscire a farne cinquanta senza raccontarlo a nessuno. E se proprio dobbiamo cercare una forma di saggezza potremmo prenderla in prestito da Aristotele, che probabilmente non possedeva una bicicletta in carbonio ma aveva capito qualcosa di importante: la virtù sta nel giusto mezzo. Non troppo poco non troppo. Non trasformare ogni pedalata in una gara ma nemmeno rinunciare al piacere di spingere quando le gambe lo permettono. Non disprezzare chi va più forte, ma neppure guardare con sufficienza chi si ferma a fotografare un campo di girasoli.
E soprattutto non confondere mai la velocità con la profondità, perché si può attraversare una montagna in due ore senza aver visto nulla e trascorrere un’intera mattina su una bicicletta scadente scoprendo qualcosa di sé. La bicicletta in fondo dovrebbe essere una delle poche cose capaci di ricordarci che per andare avanti bisogna accettare un movimento imperfetto: si pedala, si perde l’equilibrio si corregge la traiettoria si rallenta, si riparte. Non esiste una posizione definitiva né una velocità ideale valida per tutti.
E se domenica mattina incontrerete un ciclista che vi supera a tutta velocità con la faccia contratta il completo aerodinamico e lo sguardo di chi sta tentando di dimostrare qualcosa all’universo, lasciatelo andare. Non disturbatelo. Sta probabilmente vivendo un momento importante della sua esistenza.
Voi nel frattempo fermatevi al bar.
Ordinate un cappuccino con la brioche.
E se vi chiederà quanti chilometri avete fatto rispondete tranquillamente: «Non lo so. Ma mi sono divertito».
Potrebbe essere la frase più rivoluzionaria mai pronunciata nella storia del ciclismo amatoriale.
La catena della mia bici ha fatto la ruggine.
E non ho ancora digerito la piadina salsiccia/cipolla di 3 ore fa.