Quante volte vi siete ritrovati a fissare le vostre scarpe tecniche o da ginnastica nuove di zecca, magari lasciate a prendere polvere accanto alla scarpiera, chiedendovi se il vostro prossimo disperato tentativo di fare attività fisica serva davvero a qualcosa, o se sia solo un modo elaborato per giustificare una pizza extra nel weekend? Spoiler: la seconda opzione è altamente probabile, e la scienza (o quantomeno la nostra coscienza dopo il venerdì sera) tende a confermarlo regolarmente.
Viviamo in un epoca strana, in cui passiamo la maggior parte del tempo seduti davanti a uno schermo a consumare contenuti digitali, per poi sentir improvvisamente il bisogno primordiale di indossare leggings super costosi, scarpe super ammortizzate e lanciarci in parchi o piste di atletica fingendo di essere atleti olimpici pronti per la maratona di New York. Il problema è che, diciamoci la verità, correre da soli inseguendo un ipotetico record personale o semplicemente cercando di non sputare i polmoni al primo chilometro è un esercizio di noia mortale e di solitudine esistenziale non indifferente.
Ma se proprio avete deciso di cedere al lato oscuro del fitness, di rispolverare la vostra dignità atletica e di mettervi a correre, c’è una regola d’oro che dovreste seguire per dare un senso a tutta questa sofferenza inutile: fatelo per beneficenza, o almeno trovate un contesto che trasformi il vostro sforzo in qualcosa di utile per gli altri.
Prendiamo ad esempio manifestazioni sportive straordinarie come la StropRun (quella mitica corsa che si tiene a Stroppari di Tezze sul Brenta): dieci chilometri di pura passione, asfalto, respiri affannosi e polmoni che urlano pietà, il tutto immersi in un’atmosfera comunitaria e festosa che riesce miracolosamente a farvi dimenticare il bruciore alle gambe e i crampi imminenti.
Eventi di questo calibro dimostrano chiaramente quanto sia triste correre in solitaria con le cuffiette nelle orecchie a contare i passi sul display dello smartwatch, rispetto al correre fianco a fianco con centinaia di altre persone che condividono la vostra stessa malsana passione per la fatica all aria aperta.
Certo, c’è chi sostiene che la corsa sia una forma di meditazione dinamica. Dicono che mentre corri i pensieri si schiariscano, che lo stress accumulato in ufficio o a scuola svanisca nel nulla e che il corpo rilasci una quantità industriale di endorfine. Ma siamo onesti: nella realtà dei fatti, dopo i primi sette minuti di entusiasmo iniziale, i pensieri tipici del corridore medio sono decisamente meno poetici. Si passa rapidamente da “guarda che bel tramonto tra gli alberi” a “ma chi me l ha fatto fare”, per finire inevitabilmente con un disperato calcolo mentale su quanti metri mancano al traguardo e su quanto costa quel panino con la salamella che vi aspetta alla fine della corsa.
Ecco perché trasformare la corsa in un evento di condivisione e solidarietà cambia totalmente le carte in tavola. Quando partecipate a una corsa non competitiva o a un evento podistico benefico, la dinamica psicologica si inverte completamente. Non state più correndo solo per il vostro ego o per smaltire i sensi di colpa della cena della sera prima; state correndo per far parte di qualcosa di più grande. La fatica viene condivisa, il tifo dei volontari a bordo strada vi dà quella carica inspiegabile che vi impedisce di crollare sull asfalto, e la consapevolezza che la vostra quota di iscrizione o il vostro impegno sostengono un progetto importante trasforma ogni goccia di sudore in qualcosa di concreto.
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Del resto, se riflettete un attimo sulla storia dell’umanità, l uomo non ha mai corso per hobby. I nostri antenati correvano per sfuggire a predatori affamati o per inseguire una preda da portare a casa per la cena. Correre in cerchio in un parco o lungo una strada asfaltata senza un vero motivo pratico è, a ben vedere, un invenzione moderna piuttosto bizzarra. Perciò, se vogliamo continuare a praticare questa bizzarra abitudine contemporanea, tanto vale darle un obiettivo nobile e divertente.
La prossima volta che vi viene la smania di allacciarvi le scarpette, piantatela di correre solo per inseguire statistiche fredde e distaccate su un app per smartphone. Trovate un evento podistico locale che unisca lo sport a una causa sociale, iscrivetevi con un gruppo di amici (magari prendendovi un po’ in giro per la scarsa preparazione atletica) e ricordate al vostro cervello che ogni singolo chilometro percorso può avere un valore enormemente più alto di un semplice post celebrativo sui social network.
In fondo, diciamocelo chiaramente: se proprio dobbiamo soffrire, se proprio dobbiamo svegliarci all alba la domenica mattina e rischiare stiramenti muscolari inspiegabili, tanto vale farlo col sorriso sulle labbra, sapendo che stiamo muovendo molto più delle nostre semplici gambe. Dalla prossima volta, quindi, bando alle scuse e ai soliloqui solitari: mettetevi in marcia, godetevi la festa, sostenete chi ha bisogno e ricordatevi che la vera vittoria non è mai il tempo sul cronometro, ma la festa che si fa tutti insieme una volta tagliato il traguardo!
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