Il rumore delle auto: perché certi adulti tornano bambini appena sentono un motore

C’è un momento preciso in cui alcuni adulti smettono di comportarsi da adulti. Non succede davanti a una torta al cioccolato, né quando arriva lo stipendio. Succede quando, in lontananza, si sente il rumore di un motore.

Un rombo.

Un’accelerata.

Un innocente brap-brap proveniente da una marmitta modificata.

Ed eccolo lì: l’uomo adulto, magari con giacca, mutuo, figli e responsabilità fiscali, che improvvisamente si gira come un bambino al luna park.

“Che macchina è?”

Non importa che siano le otto del mattino. Non importa che il proprietario stia facendo un casino infernale sotto casa. Non importa che l’auto abbia appena svegliato tre condomini, un cane e probabilmente un neonato a due isolati di distanza.

Quel rumore è musica.

Per alcuni, naturalmente.

Il richiamo ancestrale della marmitta
Il fascino del rumore del motore è una cosa difficile da spiegare razionalmente. Un motore non dovrebbe essere piacevole. Tecnicamente è una macchina che brucia carburante, produce esplosioni controllate e trasforma quelle esplosioni in movimento.
Eppure, per molti appassionati, quel suono ha qualcosa di quasi primordiale.
Un motore che sale di giri sembra dire: “Sta succedendo qualcosa”.
Una lavatrice centrifuga? No.
Un frigorifero che parte? Assolutamente no.

Un V8 che accelera? Ecco, adesso sì.

È curioso vedere come certi adulti reagiscano al rumore di un’auto sportiva. Possono trovarsi in mezzo a una conversazione importantissima, parlare di economia, politica, lavoro o investimenti e, improvvisamente, interrompersi.
“Shhh.”
“Cosa?”
“L’hai sentita?”
“Cosa?”
“Quella.”
E partono cinque secondi di silenzio religioso.
Poi arriva il rombo.
“Era una Ferrari?”
Forse era una vecchia berlina con uno scarico bucato. Ma non importa. L’immaginazione ha già fatto il resto.

La sindrome del bambino con la macchinina

In fondo, il rapporto con il rumore delle auto nasce spesso molto prima della patente. Da bambini si fanno correre le macchinine sul pavimento producendo rumori con la bocca.
“Vroooom.”
“Vrooooom.”
“Brum brum!”

Poi si cresce (a volte).

Si va a scuola, si studia, si trova un lavoro, si compra casa. A un certo punto si diventa adulti seri.
Ma il “vroooom” non muore mai veramente.
Si trasferisce semplicemente sotto il cofano.
Ed è così che un uomo di quarant’anni può spendere una cifra sorprendente per uno scarico sportivo e poi spiegare agli amici, con assoluta serietà, che “il sound originale era troppo soffocato”.
È una forma di regressione? Forse.
È infantile? Un po’.
È divertente? Decisamente.
Del resto, non c’è nulla di male nell’avere una passione. Il problema nasce quando il proprietario dell’auto scopre che alle 6:30 del mattino il suo scarico sportivo non è considerato “un’esperienza sonora immersiva” dal vicino di casa.

Per il vicino è semplicemente martedì e si potrebbe anche incazzare.

Quando il rumore diventa identità
Il suono di un motore non è soltanto rumore. Per gli appassionati può diventare parte dell’identità di un’auto.
Un motore a quattro cilindri può avere un carattere completamente diverso da un sei cilindri. Un V8 ha una voce diversa da un V12 (dovresti sentire una Ferrari con installato un modulo EVC-SPORT® di SELETRON). Un motore aspirato comunica sensazioni differenti rispetto a uno sovralimentato.
Gli appassionati imparano persino a riconoscere certe auto dal suono. È una specie di birdwatching, solo che invece degli uccelli si cercano automobili e invece del binocolo si tende l’orecchio.
“Quella è una Porsche.”
“Come fai a saperlo?”
“Dal rumore.”
“Ma non l’hai vista.”
“Non serve.”
Potrebbe sembrare assurdo, ma è proprio questo il fascino: il rumore crea un legame emotivo con la macchina. Prima ancora di vederla, la si percepisce.

E poi arrivano le auto elettriche

Ed eccoci al grande problema.

Le auto elettriche sono efficienti, rapide, silenziose e tecnologicamente affascinanti.
Ma per il bambino interiore dell’appassionato di motori hanno un piccolo difetto.

Non fanno abbastanza brum brum.

Anzi, spesso fanno praticamente ssssshhhhhh.
Premi l’acceleratore e l’auto parte con una velocità impressionante. Nessun dramma. Nessun crescendo. Nessun motore che urla mentre sale di giri.
Solo una spinta silenziosa.
È un po’ come andare sulle montagne russe senza sentire nessuno urlare.
L’esperienza è comunque intensa, ma manca una parte dello spettacolo.
E qui le auto elettriche “peccano”, almeno agli occhi degli appassionati tradizionali: non perché siano necessariamente peggiori, ma perché hanno perso una componente teatrale dell’automobile.

Il motore termico ti racconta quello che sta facendo.

Lo senti lavorare.
Lo senti cambiare carattere.
Lo senti chiedere una marcia.
L’elettrico, invece, sembra dirti: “Ho già fatto”.
E parte.

Il futuro farà ancora rumore?

Probabilmente sì, ma in modo diverso.
Le automobili moderne devono rispettare sempre più regole sul rumore, e le elettriche hanno naturalmente cambiato il panorama acustico delle strade. Per ragioni di sicurezza, inoltre, molte auto elettriche utilizzano suoni artificiali alle basse velocità per segnalare la propria presenza ai pedoni.
Ma per gli appassionati rimane una domanda: può un suono artificiale sostituire il fascino di un motore vero?
È difficile.
Perché il rumore di un motore non è soltanto un suono. È il risultato meccanico di pistoni, combustione, aspirazione, scarico e migliaia di componenti che lavorano insieme.
È imperfetto.
Ed è proprio questa imperfezione a renderlo affascinante.
Un’auto elettrica può essere velocissima. Può avere una tecnologia straordinaria. Può essere silenziosa e sofisticata. Ma quando passa una vecchia sportiva e il suo motore riempie la strada di rumore, alcuni adulti torneranno inevitabilmente bambini.
Si gireranno.
Sorrideranno.
Magari commenteranno sottovoce: “Che sound”.
E per qualche secondo dimenticheranno mutuo, riunioni, bollette e responsabilità.
Perché in fondo il bello delle automobili è anche questo: non devono essere soltanto mezzi per andare da A a B. A volte devono anche fare vroooom.
E forse è proprio qui che sta il piccolo, rumoroso paradosso dell’automobile: abbiamo passato decenni a inventare tecnologie per rendere i motori più silenziosi, efficienti e raffinati, mentre una parte di noi continua a desiderare esattamente il contrario.

Perché certi adulti non hanno mai smesso di essere bambini.

Hanno solo sostituito la macchinina giocattolo con una chiave da 40.000 euro. E, possibilmente, uno scarico rumoroso.